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Un viaggio in autobus a Ischia

Era l’estate del 2004. Mi ero appena laureato e ne approfittavo per vedere le bellezze che la mia regione aveva da offrire. Tutti quei posti che uno pensa: “Vorrei andarlo a vedere ma non ho mai tempo, come faccio con tutti i miei esami??”

Beh di esami non ne avevo più, e quindi quel caldo agosto ne approfittavo, non avendo una ragazza, per visitare bei posti senza nessuno che mi rompesse le scatole lamentandosi che faceva caldo o che era stanca.

Già, mai avuto troppa fortuna con le donne.

Quel giorno, ero partito dal porto di Napoli con un traghetto, diretto a Ischia per visitare il Parco della Mortella. Per chi non lo sapesse il suddetto parco è un bellissimo orto botanico creato da un Inglese trapiantato a Ischia. E’ un posto fantastico ed un ottimo sito dove scattare belle foto.
Come avevo previsto, il mio viaggio non era stato inutile. Il parco era infatti bellissimo, e avevo scattato tantissime foto. Quello che non sapevo però era che il viaggio di ritorno mi avrebbe riservato una serie di sorprese divertentissime, e sarebbe diventato una delle storie più divertenti che mi capita di raccontare. Ma andiamo con ordine. Verso le cinque, dal parco mi avvio verso la fermata degli autobus a Forio di Ischia. Il parco si trova in località S. Francesco e chi è stato a Ischia sa che non è troppo lontano dalla città e in particolare dall’attracco degli aliscafi. Ancora adesso mi chiedo perché non decisi di prendere un aliscafo al ritorno, ma devo dire che sono contento di non averlo fatto.
Le stranezze cominciano subito, prima di tutto per trovare un posto che vende il biglietto, e poi per capire dove, effettivamente, sia la fermata degli autobus. Alla fine riesco a individuarla per la presenza di un nutrito gruppo di persone, parecchie anche con molti bagagli. Attenzione, perché questi bagagli saranno la chiave per alcune cose che vengono dopo.

Come tutti gli altri, mi metto ad aspettare un eventuale autobus, e noto che la folla aumenta. Mi si insinua in testa un tremendo dubbio: “Come ci entriamo nell’autobus??” E infatti, all’arrivo del mitico uno barrato per Ischia Porto, io e tutti i miei compagni di viaggio ci rendiamo conto che la situazione è un po’ affollata.

Un po’ molto affollata.

Ciò non di meno, tra famiglie che devono salire tutte insieme, la signora di prima con qualcosa come dieci o dodici valigie e borsette, e altri poveri malcapitati, riusciamo a stiparci più o meno tutti quanti nella parte posteriore dell’autobus.

Nonostante la ressa e il caldo, noto subito che l’atmosfera è comunque serena e rilassata. La gente scherza tra di loro, si procede quindi, destinazione Ischia Porto. Nell’autobus la situazione era più o meno la seguente: io avevo trovato posto accanto all’obliteratrice, fortunatamente non occupo molto spazio e avevo con me solo un piccolo zainetto.

Sul fondo dell’autobus si era accomodata la famiglia della signora delle tremila borsette, borsette che occupavano una generosa porzione di pavimento davanti alla portiera posteriore della vettura. Opposta a questa famiglia, dove cominciavano i sedili dell’autobus, si ritrova una ragazza molto attraente, che da subito mostra di avere un po’ di problemi a trovare un appiglio cui reggersi.

Infine, davanti alla porta, finiscono due ragazzi di circa vent’anni, con l’aria di chi si vuole divertire e il pallino del cabaret.

Pronti via l’autobus parte, dopo questa lunga sessione di tetris umano. Sul lungomare di Forio filiamo lisci, finché per un ostacolo, l’autobus deve frenare bruscamente. Ondata di persone che subisce la spinta inerziale, urlo generale di tutti: “OOOOOOOOOOOO….”
“SOLE MIOOOOOOOOOO!!!” conclude, cantando a squarciagola, uno dei due ragazzi che stavano davanti alla porta. Gli astanti si guardano un po’ tra di loro, e poi esplode la prima risata collettiva dal fondo dell’autobus.

I veri problemi cominciano alla prima fermata successiva alla nostra: non c’era più spazio per nessuno sulla nostra vettura, e da subito si presentano gruppi di tre quattro persone che vogliono salire. All’inizio le spiegazioni erano parecchio tese: “Non c’è spazio, non può salire più nessuno, guardate come stiamo messi”, finché dal nostro autista arriva la voce che un autobus di supporto ci sta seguendo a ruota e passerà entro pochi minuti.

I due ragazzi canterini decidono così di prendere il controllo delle operazioni, e ad ogni fermata assicurano le persone in attesa che un altro autobus seguirà a breve:

“Non vi preoccupate signo’, ci sta un altro pulman che arriva tra cinque minuti. Dieci minuti massimo!”

“Signo’ tranquilla, un altro autobus arriva arop a chist tra due-tre minuti massimo!”
( arriva un altro autobus dopo di noi, tra due tre minuti al massimo)

“Sta per arrivare un altro autobus dopo di no…. OICCANN OI’!!!!!”
Cos’era successo? Che a forza di dare spiegazioni continue a tutte le fermate, il mezzo che ci stava seguendo ci aveva finalmente raggiunto, da cui l’urlo liberatorio “OICCANN OI’!” che significa: “eccolo qua!”

Altro giro di sguardi nel fondo del pulman, seconda risata generalizzata del fondo vettura!

Arrivati all’altezza di Casamicciola, incrociamo una processione in costume che sta percorrendo il lungomare in direzione inversa alla nostra. In una piazzola del marciapiede, due figuranti, di cui uno con la tromba, ci vedono pigiati come sardine nell’autobus che si era fermato per un attimo. Quello con la tromba non mette tempo in mezzo, porta lo strumento alla bocca e ci saluta con una strombazzata di augurio. Sarà stato per l’assurdità del tutto, per il fatto che da prima stavamo ridendo, per la faccia simpatica del figurante, ma questo ha fatto partire la terza risata generale dal fondo del nostro autobus!

Superato finalmente il lungomare di Casamicciola, l’autobus si immette nella strada in discesa che porta al capolinea dei pulman. Purtroppo anche lì troviamo un po’ di traffico e quindi il nostro autobus parte e si riferma di continuo. A quel punto eravamo tutti un bel po’ stanchi, e penso che anche il nostro autista volesse scendere al più presto dalla vettura. In queste brusche fermate e continue ripartenze, la ragazza citata all’inizio di questo racconto, si stava trovando in crescente difficoltà nell’aggrapparsi. Fino al momento in cui, all’ennesima ripartenza dell’autobus, tutti gli elementi del fondo vettura si combinano insieme per far succedere il fattaccio: la ragazza non trova un appiglio in tempo, i piedi le restano incastrati nelle tremila borsette della signora, la spinta del pulman la fa cadere rovinosamente in avanti, e la fa finire tra le braccia di uno dei ragazzi che prima davano le indicazioni.

E’ stata una scena incredibile, perché la ragazza ha perso l’equilibrio come al rallentatore, e nessuno è riuscito a muoversi a tempo per far qualcosa. Inevitabilmente questa povera fanciulla s’è ritrovata abbracciata al ragazzo. Momento di silenzio e di imbarazzo, lei si raddrizza e si scusa con il malcapitato (cui non era dispiaciuto l’incidente, a dir la verità), finché dal fondo dell’autobus parte il commento del capo della famiglia stipata nelle retrovie. Con una voce profonda e cavernosa, questa persona emette la sua sentenza:

“A ciorta, chi a tene, nisciun gli’a può leva’!”
(“A chi ha fortuna, nessuno gliela può levare”)

C’è ora da fare una piccola digressione sul termine napoletano: “Ciorta”, pronunciato con una c strascicata come in “Uscio”. “Ciorta” in napoletano significa letteralmente “Sorte”, che quindi ha una valenza positiva o negativa, a seconda del contesto e del tono con cui viene usata. L’espressione “Ih, e ch’ ciort’!” può essere quindi usata sia per dire “Che sfortuna!” sia per “Che fortuna”. Dipende sempre dal momento in cui è stata pronunciata, anche se c’è da dire che più spesso viene utilizzata in seguito a momenti particolarmente negativi. Tale spiegazione è necessaria per far capire che tra i napoletani presenti nel fondo vettura nacque un deciso fraintendimento: pochi avevano capito che valenza aveva quel  “Ciorta” pronunciata dall’anziano signore, tanto è vero che cominciò a serpeggiare la domanda per capire se il ragazzo era stato fortunato o sfortunato. Questa domanda divenne sempre più pressante, finché non arrivò alle orecchie dell’interessato.

In quel momento che è partito un dialogo degno dei momenti più alti di Massimo Troisi:
Una ragazza: “Ma non ho capito, è stato fortunato o sfortunato?”
Il compagno di viaggio del malcapitato: “Secondo me è fortunato”
Il malcapitato: “Ma io mi chiamo Marco, non Fortunato”
Ed è allora, che, per chiarire la questione, dal fondo dell’autobus arriva di nuovo la voce del capofamiglia:

“No, no, tu si’ Marco, ma si’ pure fortunato!!!”
La trovo geniale, ai livelli della Importance of Being Earnest di Oscar Wilde.

Ennesimo momento di silenzio, seguito da una ennesima risata generalizzata, mentre Marco/fortunato rideva sotto i baffi, e la povera ragazza tentava di girarsi verso il fronte della vettura per non far vedere che era diventata di tutti i colori possibili.

Sull’onda di quella risata il nostro autobus, ormai un personaggio come gli altri all’interno di questo racconto, arrivò finalmente a destinazione, e il nostro assortito gruppo si sciolse. Non ci furono saluti, nè strette di mano. Ma sono sicuro che come me, quasi tutti i protagonisti di questo racconto conservano un ricordo vivo e divertito di quanto ci è successo in quell’incredibile viaggio…

Personalmente l’ho conservata gelosamente fin’ora, come ennesima prova che personaggi come Eduardo De Filippo e Massimo Troisi non hanno dovuto inventare quasi nulla, nei loro racconti: per trovare una ispirazione, basta farsi una passeggiata tra i vicoli e le strade di quella incredibile città che si chiama Napoli.

  1. febbraio 17, 2010 alle 23:08

    è be..llizzimo!!

    • febbraio 17, 2010 alle 23:14

      e pensa com’è stato viverlo!!! :D

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